MOLESTIE E DINTORNI “Le donne e gli stupri? Soltanto con una parola…” Feltri, una spaventosa verità

Vittorio Feltri: stupri e denunce, le vite degli uomini e delle donne non sono uguali?

Michela Marzano su la Repubblica scrive un articolo interessante sulle donne che subiscono violenze (stupri) e che poi, in tribunale, interrogate da giudici e avvocati quali vittime, rischiano di fare brutta figura sotto il bombardamento di domande imbarazzanti. Ha ragione la giornalista. Una ragazza costretta a raccontare come è stata sessualmente umiliata, fatica a esprimersi perché manca un linguaggio idoneo per descrivere certe situazioni scabrose. Non è semplice per una signorina o signora dire: il bruto ha fatto questo e quello; dovrebbe entrare in dettagli che fanno rabbrividire o addirittura schifo. Cosicché la violentata non soltanto è stata sopraffatta da un mostro, ma è costretta a esibirsi in un ruolo accusatorio che richiede di rinunciare ai freni imposti dal pudore e dalla dignità.

Tutto ciò purtroppo è però indispensabile in un’aula di giustizia. Qualsiasi imputato ha il diritto di difendersi e di esigere le prove della propria presunta colpevolezza. In altri termini. La parte lesa ha l’obbligo di fornire gli elementi che inchiodano l’imputato e questi deve essere in grado di proteggersi ovviamente con mezzi leciti. Un confronto verbale tra coloro che sono in causa, patrocinatori inclusi, è inevitabile quand’anche spinoso. La materia sessuale non è mai trattabile con delicatezza di linguaggio e bisogna rassegnarsi a parlarne perfino con brutalità, a costo di rasentare la volgarità. Altrimenti non c’è via d’uscita.

È impensabile che davanti alle toghe sia sufficiente che una donna affermi di essere stata abusata da un tizio per essere creduta. È necessario consentire al reo di esprimere la propria versione dei fatti. Inoltre per condannare una persona, per quanto sospettata di aver commesso un reato infamante, servono prove certe. Un processo indiziario per stupro non si è mai visto. O c’è stata o non c’è stata aggressione. Come fa un magistrato a stabilirlo se non attraverso interrogatori antipatici eppure indispensabili? Se non si ricorresse a questi metodi in uso in ogni tribunale, sarebbe pressoché irraggiungibile la verità.

D’altronde è quasi ridicolo supporre che basti la parola di una donna per mandare in galera l’uomo che ella indica quale suo persecutore. In diritto si procede secondo le regole. Che valgono per le stuprate come per chiunque abbia patito un torto. Oggi assistiamo a una proliferazione incessante di incriminazioni non supportate da riscontri oggettivi, e vari personaggi sono stati messi alla gogna. È una autentica barbarie. Le donne vanno tutelate, non c’è dubbio. Ma gli uomini sono cittadini e non carne da macello. Si fanno tanti pettegolezzi vaghi e non verificabili. E si trascurano le maestre che picchiano i bambini dell’asilo e le infermiere che seviziano i vecchi dell’ospizio. Le vite maschili e le vite femminili non hanno lo stesso valore?

di Vittorio Feltri

Facebook Comments